Notte


(racconto breve pubblicato su SpazioScrittura)

gatto-nero

E’ passato del tempo da quando successe ormai, circa dieci anni se ben ricordo. Ero molto giovane, un pischello tredicenne, molto timido e con la testa sempre tra le nuvole. Ero un sognatore, uno di quei ragazzi troppo silenziosi che si esprimono meglio con le note di una chitarra classica, ingenuo e pacato, facile preda di coetanei frustrati e stupidi. Notte è arrivato in un periodo nero come il suo pelo, in una di quelle prime giornate primaverili dal cielo terso e le temperature ancora troppo basse. Ricordo quel pomeriggio come fosse ieri; erano circa le tre, stavo rientrando da scuola un po’ più tardi rispetto al solito orario. Quell’anno infatti fui costretto a prendere noiose ripetizioni di matematica per sfuggire alla bocciatura. L’unica materia che non mi pesava studiare era la musica, ma per evitare di dare un dispiacere alla mia buona madre, tentai di sforzarmi per raggiungere la sufficienza, facendo il minimo indispensabile. Mentre ero perso tra i miei banali pensieri, ad un certo punto la mia attenzione fu attirata da urla e schiamazzi che provenivano da un piccolo parco situato a poca distanza da casa mia. Non mi ci volle molto tempo per riconoscere una fisionomia più che familiare, l’ombra di un beota che negli ultimi mesi aveva animato ogni mio incubo. Un ragazzo la cui presenza, anche in lontananza, mi provocava tremori diffusi per tutto il corpo, un’ingestibile sudorazione e tanta, troppa ansia. Luca Rossi era lì, con la mano poggiata sul tronco ampio di un vecchio albero e gli occhi chini verso quello che, da lontano, sembrava un sudicio maglione sgualcito color malva. I due ragazzotti che erano con lui parevano lottare come fa chi vuole strappare dalle mani dell’altro qualcosa di prezioso, di valore. Dall’angolo dietro il quale mi ero nascosto, non riuscivo a distinguere bene di cosa si trattasse, vedevo solo un oggetto tutto nero passare da una mano all’altra, e da quella materia indefinita sentivo levarsi lamenti deboli ma insistenti. A quel punto intuii che doveva trattarsi di un animale, non mi era ancora chiaro se fosse un gatto o un cane; la cosa certa era che Rossi, il suo fedele braccio destro e l’altro buffone che lo accompagnava ovunque andasse stavano maltrattando quella povera bestiola, probabilmente già abbastanza sofferente a causa del freddo e della fame. Nonostante sentissi una profonda pena salire dallo stomaco nell’osservare le insopportabili vessazioni che l’animale stava subendo, una parte di me era già pronta ad allontanarsi verso casa, nello stesso silenzio omertoso nel quale era arrivata. In quei mesi, avevo avuto sufficienti incontri ravvicinati con Luca e la sua banda di fidi compagni e più riuscivo a stargli alla larga, meglio era. Andare a scuola era diventato un incubo, e le loro minacce si facevano ad ogni incontro più insistenti. Soldi, troppi soldi, tanto da costringermi a prenderne dalla scatola che mia madre teneva nascosta in un armadio, sotto la biancheria invernale. Se non gli avessi consegnato ciò che chiedevano, mi avrebbero ammazzato. Una volta mi opposi; era fine mese e la mamma aveva utilizzato i suoi ultimi risparmi per saldare qualche piccolo debito. Ricordo che fu terribile: fui circondato da quattro ragazzi molto più alti e robusti di me, spinto fin dentro gli spogliatoi della palestra della scuola e massacrato di botte. Calci, pugni, schiaffi, graffi; quattro contro uno, otto braccia ed otto gambe che colpivano con una forza inaudita un corpo inerme, piegato su se stesso dal dolore. Fu l’unica volta che capitò: quando mi rendevo conto di non avere abbastanza denaro per soddisfare le loro richieste, preferivo restare a casa fingendo di star male, chiuso per ore intere nella mia stanza, lontano dagli sguardi inquisitori di mia madre, occhiate che riuscivano a smascherare qualsiasi bugia e dai quali non potevo far altro che scappare. Quel pomeriggio però, non so quale forza misteriosa mi spinse a compiere un dovere che sentivo pressante; in quel momento, dietro quell’angolo, in quella bestiolina nera ed indifesa rividi me stesso. Un ragazzino dal fisico così gracile da non potersi difendere, dal carattere mansueto, bersaglio privilegiato dei dispetti e delle angherie di coetanei vigliacchi e brutali. Lui, un animaletto innocuo e fragile, lasciato tra le mani insensibili di chi in quel pomeriggio non aveva trovato passatempo migliore per ingannare il proprio tempo vuoto. Così, richiamando nel silenzio dei miei pensieri una forza che non pensavo neppure di possedere, mi avvicinai sfacciatamente a quel gruppo di decerebrati e, con tutta la potenza che riuscii a liberare, sferrai un pugno in pieno volto a quel tale che si era preso gioco di me e delle mie paure fin troppe volte. Ovviamente da quello scontro uscii perdente: ancora una volta botte, schiaffi, molestie. La loro furia cieca si arrestò solo perché il parco iniziava gradualmente a popolarsi di mamme che portavano i propri figli a giocare all’aria aperta. Per evitare di avere problemi, i bulli si allontanarono in fretta, lasciando a terra un ragazzo malconcio e un gattino appena nato. Non appena fui in grado di riprendermi dallo stordimento che quelle percosse mi avevano causato, l’osservai finalmente da vicino; era un gattino dal pelo completamente corvino, talmente piccolo da avere ancora gli occhi chiusi e in grado a malapena di alzare il collo minuto. Sebbene non riuscissi ad immaginare la possibile reazione di mia madre alla vista dell’animale, decisi di portarlo con me; avrei risolto un problema alla volta. In realtà, com’è facile presumere, il gatto fu l’ultimo pensiero di mia madre vedendo alla vista di un corpo coperto di graffi, lividi ed ematomi. Mi obbligò a raccontarle tutto l’accaduto. Inevitabilmente fui costretto a descrivere nel dettaglio ciò che era capitato nei mesi precedenti, ma quando mia madre mi confessò determinata l’intenzione di farmi cambiare istituto, con altrettanta fermezza le resi chiaro che non era quello ciò che desideravo. Non appena le mie condizioni furono migliorate, trovai il coraggio di denunciare l’accaduto agli insegnanti e al preside e, dopo qualche giorno, venni a sapere che i tre bulli che a lungo mi avevano rovinato l’esistenza, erano stati allontanati dalla scuola. Da allora le mie giornate tornarono a tingersi di colori gioiosi e vivi: ero di libero di vivere la mia vita da adolescente lontano dalle irragionevoli prepotenze di quegli stupidi. Dovevo tutto a Notte; chiesi a mia madre di tenerlo e me ne presi cura con costanza. Gli riservai ogni tipo di premura: imparai a nutrirlo prima con una siringa e poi con un biberon pieno di latte tiepido, a stimolarlo affinché facesse i suoi bisogni, a spazzolargli il pelo. Dormiva nella mia stanza, prima in una cesta, poi direttamente sul letto, godendo delle sue fusa e felice di riservargli ogni piccola attenzione. Io e Notte diventammo grandi amici e ancora oggi, a dieci anni di distanza, non muovo un passo se non sono convinto di poterlo portare con me. Il nome Notte lo scelsi senza pensarci: quel batuffolo peloso era come la notte, scuro e nero. Nero come le botte che presi per salvarlo e che mi lasciarono ferite che ci misero settimane a rimarginarsi, come il cerchio che portai sull’occhio come trofeo, medaglia per il coraggio in cui finalmente avevo avuto voglia di credere, nero come la mia vita in quel periodo. Nero come il futuro che vedevo proiettarsi davanti a me, vittima di prepotenze e violenze e che il suo arrivo ha allontanato. Notte aveva risvegliato l’uomo che era in me, aiutandomi a recuperare la mia dignità e la gioia di vivere. Per la prima volta in vita mia, mi ero sentito un eroe e dovevo tutto a quello che col tempo diventò il mio migliore amico.

E’ passato del tempo da quando successe ormai, circa dieci anni se ben ricordo. Ero molto giovane, un pischello tredicenne, molto timido e con la testa sempre tra le nuvole. Ero un sognatore, uno di quei ragazzi troppo silenziosi che si esprimono meglio con le note di una chitarra classica, ingenuo e pacato, facile preda di coetanei frustrati e stupidi. Notte è arrivato in un periodo nero come il suo pelo, in una di quelle prime giornate primaverili dal cielo terso e le temperature ancora troppo basse. Ricordo quel pomeriggio come fosse ieri; erano circa le tre, stavo rientrando da scuola un po’ più tardi rispetto al solito orario. Quell’anno infatti fui costretto a prendere noiose ripetizioni di matematica per sfuggire alla bocciatura. L’unica materia che non mi pesava studiare era la musica, ma per evitare di dare un dispiacere alla mia buona madre, tentai di sforzarmi per raggiungere la sufficienza, facendo il minimo indispensabile. Mentre ero perso tra i miei banali pensieri, ad un certo punto la mia attenzione fu attirata da urla e schiamazzi che provenivano da un piccolo parco situato a poca distanza da casa mia. Non mi ci volle molto tempo per riconoscere una fisionomia più che familiare, l’ombra di un beota che negli ultimi mesi aveva animato ogni mio incubo. Un ragazzo la cui presenza, anche in lontananza, mi provocava tremori diffusi per tutto il corpo, un’ingestibile sudorazione e tanta, troppa ansia. Luca Rossi era lì, con la mano poggiata sul tronco ampio di un vecchio albero e gli occhi chini verso quello che, da lontano, sembrava un sudicio maglione sgualcito color malva. I due ragazzotti che erano con lui parevano lottare come fa chi vuole strappare dalle mani dell’altro qualcosa di prezioso, di valore. Dall’angolo dietro il quale mi ero nascosto, non riuscivo a distinguere bene di cosa si trattasse, vedevo solo un oggetto tutto nero passare da una mano all’altra, e da quella materia indefinita sentivo levarsi lamenti deboli ma insistenti. A quel punto intuii che doveva trattarsi di un animale, non mi era ancora chiaro se fosse un gatto o un cane; la cosa certa era che Rossi, il suo fedele braccio destro e l’altro buffone che lo accompagnava ovunque andasse stavano maltrattando quella povera bestiola, probabilmente già abbastanza sofferente a causa del freddo e della fame. Nonostante sentissi una profonda pena salire dallo stomaco nell’osservare le insopportabili vessazioni che l’animale stava subendo, una parte di me era già pronta ad allontanarsi verso casa, nello stesso silenzio omertoso nel quale era arrivata. In quei mesi, avevo avuto sufficienti incontri ravvicinati con Luca e la sua banda di fidi compagni e più riuscivo a stargli alla larga, meglio era. Andare a scuola era diventato un incubo, e le loro minacce si facevano ad ogni incontro più insistenti. Soldi, troppi soldi, tanto da costringermi a prenderne dalla scatola che mia madre teneva nascosta in un armadio, sotto la biancheria invernale. Se non gli avessi consegnato ciò che chiedevano, mi avrebbero ammazzato. Una volta mi opposi; era fine mese e la mamma aveva utilizzato i suoi ultimi risparmi per saldare qualche piccolo debito. Ricordo che fu terribile: fui circondato da quattro ragazzi molto più alti e robusti di me, spinto fin dentro gli spogliatoi della palestra della scuola e massacrato di botte. Calci, pugni, schiaffi, graffi; quattro contro uno, otto braccia ed otto gambe che colpivano con una forza inaudita un corpo inerme, piegato su se stesso dal dolore. Fu l’unica volta che capitò: quando mi rendevo conto di non avere abbastanza denaro per soddisfare le loro richieste, preferivo restare a casa fingendo di star male, chiuso per ore intere nella mia stanza, lontano dagli sguardi inquisitori di mia madre, occhiate che riuscivano a smascherare qualsiasi bugia e dai quali non potevo far altro che scappare. Quel pomeriggio però, non so quale forza misteriosa mi spinse a compiere un dovere che sentivo pressante; in quel momento, dietro quell’angolo, in quella bestiolina nera ed indifesa rividi me stesso. Un ragazzino dal fisico così gracile da non potersi difendere, dal carattere mansueto, bersaglio privilegiato dei dispetti e delle angherie di coetanei vigliacchi e brutali. Lui, un animaletto innocuo e fragile, lasciato tra le mani insensibili di chi in quel pomeriggio non aveva trovato passatempo migliore per ingannare il proprio tempo vuoto. Così, richiamando nel silenzio dei miei pensieri una forza che non pensavo neppure di possedere, mi avvicinai sfacciatamente a quel gruppo di decerebrati e, con tutta la potenza che riuscii a liberare, sferrai un pugno in pieno volto a quel tale che si era preso gioco di me e delle mie paure fin troppe volte. Ovviamente da quello scontro uscii perdente: ancora una volta botte, schiaffi, molestie. La loro furia cieca si arrestò solo perché il parco iniziava gradualmente a popolarsi di mamme che portavano i propri figli a giocare all’aria aperta. Per evitare di avere problemi, i bulli si allontanarono in fretta, lasciando a terra un ragazzo malconcio e un gattino appena nato. Non appena fui in grado di riprendermi dallo stordimento che quelle percosse mi avevano causato, l’osservai finalmente da vicino; era un gattino dal pelo completamente corvino, talmente piccolo da avere ancora gli occhi chiusi e in grado a malapena di alzare il collo minuto. Sebbene non riuscissi ad immaginare la possibile reazione di mia madre alla vista dell’animale, decisi di portarlo con me; avrei risolto un problema alla volta. In realtà, com’è facile presumere, il gatto fu l’ultimo pensiero di mia madre vedendo alla vista di un corpo coperto di graffi, lividi ed ematomi. Mi obbligò a raccontarle tutto l’accaduto. Inevitabilmente fui costretto a descrivere nel dettaglio ciò che era capitato nei mesi precedenti, ma quando mia madre mi confessò determinata l’intenzione di farmi cambiare istituto, con altrettanta fermezza le resi chiaro che non era quello ciò che desideravo. Non appena le mie condizioni furono migliorate, trovai il coraggio di denunciare l’accaduto agli insegnanti e al preside e, dopo qualche giorno, venni a sapere che i tre bulli che a lungo mi avevano rovinato l’esistenza, erano stati allontanati dalla scuola. Da allora le mie giornate tornarono a tingersi di colori gioiosi e vivi: ero di libero di vivere la mia vita da adolescente lontano dalle irragionevoli prepotenze di quegli stupidi. Dovevo tutto a Notte; chiesi a mia madre di tenerlo e me ne presi cura con costanza. Gli riservai ogni tipo di premura: imparai a nutrirlo prima con una siringa e poi con un biberon pieno di latte tiepido, a stimolarlo affinché facesse i suoi bisogni, a spazzolargli il pelo. Dormiva nella mia stanza, prima in una cesta, poi direttamente sul letto, godendo delle sue fusa e felice di riservargli ogni piccola attenzione. Io e Notte diventammo grandi amici e ancora oggi, a dieci anni di distanza, non muovo un passo se non sono convinto di poterlo portare con me. Il nome Notte lo scelsi senza pensarci: quel batuffolo peloso era come la notte, scuro e nero. Nero come le botte che presi per salvarlo e che mi lasciarono ferite che ci misero settimane a rimarginarsi, come il cerchio che portai sull’occhio come trofeo, medaglia per il coraggio in cui finalmente avevo avuto voglia di credere, nero come la mia vita in quel periodo. Nero come il futuro che vedevo proiettarsi davanti a me, vittima di prepotenze e violenze e che il suo arrivo ha allontanato. Notte aveva risvegliato l’uomo che era in me, aiutandomi a recuperare la mia dignità e la gioia di vivere. Per la prima volta in vita mia, mi ero sentito un eroe e dovevo tutto a quello che col tempo diventò il mio migliore amico.
E’ passato del tempo da quando successe ormai, circa dieci anni se ben ricordo. Ero molto giovane, un pischello tredicenne, molto timido e con la testa sempre tra le nuvole. Ero un sognatore, uno di quei ragazzi troppo silenziosi che si esprimono meglio con le note di una chitarra classica, ingenuo e pacato, facile preda di coetanei frustrati e stupidi. Notte è arrivato in un periodo nero come il suo pelo, in una di quelle prime giornate primaverili dal cielo terso e le temperature ancora troppo basse. Ricordo quel pomeriggio come fosse ieri; erano circa le tre, stavo rientrando da scuola un po’ più tardi rispetto al solito orario. Quell’anno infatti fui costretto a prendere noiose ripetizioni di matematica per sfuggire alla bocciatura. L’unica materia che non mi pesava studiare era la musica, ma per evitare di dare un dispiacere alla mia buona madre, tentai di sforzarmi per raggiungere la sufficienza, facendo il minimo indispensabile. Mentre ero perso tra i miei banali pensieri, ad un certo punto la mia attenzione fu attirata da urla e schiamazzi che provenivano da un piccolo parco situato a poca distanza da casa mia. Non mi ci volle molto tempo per riconoscere una fisionomia più che familiare, l’ombra di un beota che negli ultimi mesi aveva animato ogni mio incubo. Un ragazzo la cui presenza, anche in lontananza, mi provocava tremori diffusi per tutto il corpo, un’ingestibile sudorazione e tanta, troppa ansia. Luca Rossi era lì, con la mano poggiata sul tronco ampio di un vecchio albero e gli occhi chini verso quello che, da lontano, sembrava un sudicio maglione sgualcito color malva. I due ragazzotti che erano con lui parevano lottare come fa chi vuole strappare dalle mani dell’altro qualcosa di prezioso, di valore. Dall’angolo dietro il quale mi ero nascosto, non riuscivo a distinguere bene di cosa si trattasse, vedevo solo un oggetto tutto nero passare da una mano all’altra, e da quella materia indefinita sentivo levarsi lamenti deboli ma insistenti. A quel punto intuii che doveva trattarsi di un animale, non mi era ancora chiaro se fosse un gatto o un cane; la cosa certa era che Rossi, il suo fedele braccio destro e l’altro buffone che lo accompagnava ovunque andasse stavano maltrattando quella povera bestiola, probabilmente già abbastanza sofferente a causa del freddo e della fame. Nonostante sentissi una profonda pena salire dallo stomaco nell’osservare le insopportabili vessazioni che l’animale stava subendo, una parte di me era già pronta ad allontanarsi verso casa, nello stesso silenzio omertoso nel quale era arrivata. In quei mesi, avevo avuto sufficienti incontri ravvicinati con Luca e la sua banda di fidi compagni e più riuscivo a stargli alla larga, meglio era. Andare a scuola era diventato un incubo, e le loro minacce si facevano ad ogni incontro più insistenti. Soldi, troppi soldi, tanto da costringermi a prenderne dalla scatola che mia madre teneva nascosta in un armadio, sotto la biancheria invernale. Se non gli avessi consegnato ciò che chiedevano, mi avrebbero ammazzato. Una volta mi opposi; era fine mese e la mamma aveva utilizzato i suoi ultimi risparmi per saldare qualche piccolo debito. Ricordo che fu terribile: fui circondato da quattro ragazzi molto più alti e robusti di me, spinto fin dentro gli spogliatoi della palestra della scuola e massacrato di botte. Calci, pugni, schiaffi, graffi; quattro contro uno, otto braccia ed otto gambe che colpivano con una forza inaudita un corpo inerme, piegato su se stesso dal dolore. Fu l’unica volta che capitò: quando mi rendevo conto di non avere abbastanza denaro per soddisfare le loro richieste, preferivo restare a casa fingendo di star male, chiuso per ore intere nella mia stanza, lontano dagli sguardi inquisitori di mia madre, occhiate che riuscivano a smascherare qualsiasi bugia e dai quali non potevo far altro che scappare. Quel pomeriggio però, non so quale forza misteriosa mi spinse a compiere un dovere che sentivo pressante; in quel momento, dietro quell’angolo, in quella bestiolina nera ed indifesa rividi me stesso. Un ragazzino dal fisico così gracile da non potersi difendere, dal carattere mansueto, bersaglio privilegiato dei dispetti e delle angherie di coetanei vigliacchi e brutali. Lui, un animaletto innocuo e fragile, lasciato tra le mani insensibili di chi in quel pomeriggio non aveva trovato passatempo migliore per ingannare il proprio tempo vuoto. Così, richiamando nel silenzio dei miei pensieri una forza che non pensavo neppure di possedere, mi avvicinai sfacciatamente a quel gruppo di decerebrati e, con tutta la potenza che riuscii a liberare, sferrai un pugno in pieno volto a quel tale che si era preso gioco di me e delle mie paure fin troppe volte. Ovviamente da quello scontro uscii perdente: ancora una volta botte, schiaffi, molestie. La loro furia cieca si arrestò solo perché il parco iniziava gradualmente a popolarsi di mamme che portavano i propri figli a giocare all’aria aperta. Per evitare di avere problemi, i bulli si allontanarono in fretta, lasciando a terra un ragazzo malconcio e un gattino appena nato. Non appena fui in grado di riprendermi dallo stordimento che quelle percosse mi avevano causato, l’osservai finalmente da vicino; era un gattino dal pelo completamente corvino, talmente piccolo da avere ancora gli occhi chiusi e in grado a malapena di alzare il collo minuto. Sebbene non riuscissi ad immaginare la possibile reazione di mia madre alla vista dell’animale, decisi di portarlo con me; avrei risolto un problema alla volta. In realtà, com’è facile presumere, il gatto fu l’ultimo pensiero di mia madre vedendo alla vista di un corpo coperto di graffi, lividi ed ematomi. Mi obbligò a raccontarle tutto l’accaduto. Inevitabilmente fui costretto a descrivere nel dettaglio ciò che era capitato nei mesi precedenti, ma quando mia madre mi confessò determinata l’intenzione di farmi cambiare istituto, con altrettanta fermezza le resi chiaro che non era quello ciò che desideravo. Non appena le mie condizioni furono migliorate, trovai il coraggio di denunciare l’accaduto agli insegnanti e al preside e, dopo qualche giorno, venni a sapere che i tre bulli che a lungo mi avevano rovinato l’esistenza, erano stati allontanati dalla scuola. Da allora le mie giornate tornarono a tingersi di colori gioiosi e vivi: ero di libero di vivere la mia vita da adolescente lontano dalle irragionevoli prepotenze di quegli stupidi. Dovevo tutto a Notte; chiesi a mia madre di tenerlo e me ne presi cura con costanza. Gli riservai ogni tipo di premura: imparai a nutrirlo prima con una siringa e poi con un biberon pieno di latte tiepido, a stimolarlo affinché facesse i suoi bisogni, a spazzolargli il pelo. Dormiva nella mia stanza, prima in una cesta, poi direttamente sul letto, godendo delle sue fusa e felice di riservargli ogni piccola attenzione. Io e Notte diventammo grandi amici e ancora oggi, a dieci anni di distanza, non muovo un passo se non sono convinto di poterlo portare con me. Il nome Notte lo scelsi senza pensarci: quel batuffolo peloso era come la notte, scuro e nero. Nero come le botte che presi per salvarlo e che mi lasciarono ferite che ci misero settimane a rimarginarsi, come il cerchio che portai sull’occhio come trofeo, medaglia per il coraggio in cui finalmente avevo avuto voglia di credere, nero come la mia vita in quel periodo. Nero come il futuro che vedevo proiettarsi davanti a me, vittima di prepotenze e violenze e che il suo arrivo ha allontanato. Notte aveva risvegliato l’uomo che era in me, aiutandomi a recuperare la mia dignità e la gioia di vivere. Per la prima volta in vita mia, mi ero sentito un eroe e dovevo tutto a quello che col tempo diventò il mio migliore amico.
© Il colibrì rosso

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3 pensieri riguardo “Notte

  1. Questo racconto invece, tocca le mie corde personali di rabbia e nervosismo.
    Questo racconto mi fa capire che i commenti che ti ho fatto ai precedenti forse sono emersi dal mio completo o parziale disinteresse per la storia in se, perché questo racconto mi ha fatto venire le lacrime agli occhi, mi ha emozionata tantissimo!

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