“Il mio ricordo di te” – Estratto


Era il 22 agosto 2006. Mancavano appena cinque giorni al mio diciottesimo compleanno e non stavo più nella pelle. Non perdevo occasione di ricordarlo a tutti i parenti con cui, per le vacanze estive, condividevo per poche settimane la villa al mare che il nonno aveva costruito con il suo sudore e i suoi sacrifici ben vent’anni prima, nei pressi della splendida Gaeta.

Quella sera ci trovavamo tutti a tavola, affamati di cibo e risate. La nonna aveva preparato delle buonissime spigole al forno ed io, come sempre, avevo chiesto a quell’uomo meraviglioso che è mio padre, di pulire la mia porzione dalla pelle e dalle lische. La mamma, la nonna e due delle mie zie erano ancora in cucina e, dietro i continui richiami dei compagni, smanettavano alla ricerca del contorno perfetto. Il posto a capotavola, appartenente al nonno, era ancora vuoto. Quella dolcezza d’uomo stava innaffiando il giardino, per portarsi avanti col lavoro prima di cena, date le sue discrete dimensioni. Stavo per portare alla bocca il primo boccone di pesce quando, all’improvviso, un urlo acuto di mia nonna mi raggelò il sangue. Mi voltai verso la cucina e, dopo pochi istanti, scorsi mio nonno che si agitava in maniera spasmodica, facendo fatica a respirare, una mano alla gola, l’altra sul petto. Immediatamente la nonna lo fece adagiare sul letto e mi chiese di andare a chiamare il medico che abitava proprio nella villa di fronte la nostra. Credo di non aver corso così velocemente in tutta la vita. Fortunatamente lo trovai fuori il portone che chiacchierava con un vicino, e quando gli spiegai la situazione, non esitò un istante salutare l’amico per raggiungere mio nonno. La sua diagnosi fu rapida, sebbene poco dettagliata. Con i pochi mezzi di cui disponeva, gli fu difficile stabilire da cosa fosse stato causato quel malore, per cui convenne che la cosa più sensata da fare fosse correre immediatamente in ospedale.

Nel silenzio interrotto solo dalle preghiere sussurrate a fior di labbra dalle mie zie, vidi mio nonno adagiato su una sedia, sollevato da mio padre e un parente e finalmente caricato in auto. Com’era ovvio, mia nonna lo seguì. Trascorsero cinque lunghissime ore prima di ricevere una telefonata della nonna; cinque ore che trascorsi accucciolata su me stessa su un divano, con un crocifisso tra le mani. Tutta la famiglia si strinse attorno a mia mamma, la maggiore dei sei fratelli, in un moto istintivo che riconosceva in lei, durante l’assenza dei miei nonni, la guida a cui far riferimento, la persona da cui recarsi per cercare conforto. Considerai i tentativi di mia madre di rassicurare tutti circa il pronto recupero del nonno, carichi di dolcezza e forza. Non avevo idea della sofferenza che stava provando in quel momento, ma la stimavo enormemente per la fermezza che stava dimostrando, per il sorriso che ci regalava nonostante avesse l’anima pregna di lacrime e paura. Quando sentimmo il  telefono squillare, ci precipitammo tutti in salone, pendendo dalle labbra di mia madre che stringeva la cornetta. Una volta salutata la nonna, ci riferì che le condizioni del nonno erano molto gravi a causa di una perforazione all’aorta e che i medici non erano ancora in grado di stabilire come fosse andato il delicato intervento che aveva appena subìto. […]

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