Era bella e portava il nome di un fiore…


rosa-rossaCi sono storie che vengono a sussurrarti all’orecchio di accoglierle perché devono essere raccontate.

Ci sono storie che apprendi dalla bocca di persone semplici che le riportano senza conoscerne il valore, senza aver riflettuto su ciò che quelle esperienze volevano insegnare, semplicemente per ingannare il tempo e raccontare qualcosa di diverso. Ci sono storie che parlano di persone comuni, madri, padri, lavoratori, artisti che vengono lasciate morire nelle paludi dell’oblio solo perché troppo “semplici”, troppo comuni, poco “commerciali”.

Uno scrittore, prima di essere un artista, è un testimone. Testimone del suo tempo e della realtà in cui vive, una realtà di cui è suo compito scandagliare ogni angolo e riportare su carta ogni più piccola sfumatura. Un artista deve fare della penna la voce della società in cui è calato, che vive, osserva e respira. Deve raccontarne le evoluzioni, positive quanto negative, deve soffermarsi sulla bellezza e scovare anche quella più nascosta, ma al contempo non può ritrarsi di fronte alle miserie e alle brutalità.

Oggi voglio raccontarvi una storia. La storia di una donna bella nella sua semplicità, di una donna che portava il nome di un fiore e che, nella mia immaginazione, ho incontrato davvero. Una donna che avrei voluto salvare e a cui il mio pensiero ritorna nei giorni di luce come in quelli di pioggia.

Si chiamava Rose, ed era mia nonna. Già questo sarebbe bastato a consacrarle un posto speciale nel mio cuore ma lei, Rose, lei era molto di più.

 

La madre scelse quel nome perché nacque a maggio, il mese in cui fioriscono le rose, regine autentiche della natura che torna sbocciare dopo un lungo letargo. Proprio come le rose a primavera, quella bambina l’aveva fatta rinascere a nuova vita, a nuova luce. Intelligenza intuitiva e bontà d’animo, le qualità più evidenti di Rose, il cui nome le si era cucito addosso perfettamente.

Rose-imgFu per me una madre, un’amica e una confidente, l’unica donna in grado di insegnarmi il valore dei sacrifici, l’importanza dei sentimenti, la sacralità della vita. Di lei conservo tanti ricordi, ma un’immagine più di tutte continua a regalarmi emozioni anche a tanti anni di distanza; mi sembra di vederla ancora, indaffarata e fiera, correre da un capo all’altro della cucina con il suo bel grembiule a fiori. Era solita trascorrere buona parte del suo tempo lì, e aveva sempre la farina tra le dita perché le piaceva preparare il pane con le sue mani, filoni dall’odore e dal sapore delizioso perché farciti di un ingrediente segreto: la dolcezza. Aveva avuto tre figli e un solo amore, di quelli che la lontananza non fa sfiorire, neppure se porta il nome della morte. Costretta a separarsi troppo presto dai gemelli nati qualche anno prima di mio padre Tom e deceduti in guerra, dopo la mia nascita si dedicò anima e corpo a me. Mio padre ricopriva un ruolo di alto prestigio in una grande compagnia e mia madre viaggiava spesso per lavoro, per cui finii per trascorrere più tempo con Rose che con i miei genitori.

Ho avuto il privilegio di vederle spuntare sul viso ogni più piccola ruga, di vederla cambiare nell’aspetto ma non nel cuore, di godere di ogni sua piccola attenzione. Mi faceva trovare sempre un dolcetto all’uscita da scuola, mi leggeva una fiaba ogni volta che mi fermavo a dormire a casa sua, tentava a suo modo di riempire il vuoto che l’assenza dei miei genitori stava aprendo in me.

La cara Rose era una pacata lady inglese di origini italiane, estremamente cortese e paziente; sembrava che la vita non le avesse mai dato ragioni sufficienti per essere arrabbiata, delusa, amareggiata. Aveva patito molte sofferenze, ma la sua anima non ne aveva mai pagato il prezzo; aveva conosciuto la povertà e gli orrori della guerra, aveva perso due figli, aveva visto l’amore della sua vita spegnersi lentamente divorato da una silenziosa malattia.

Niente di tutto ciò era riuscito a congelarle il cuore.

Nonostante Rose non si fosse mai risparmiata con nessuno, nonostante l’amore donato superasse cento e più volte quello ricevuto, alla fine del suo lungo viaggio si ritrovò completamente sola. L’epilogo della sua vita si era tinto dei colori dell’oblio; la sua è una storia che fa capire quanto sia facile sparire dai pensieri della gente, quanto spesso la vita quotidiana assorba ogni nostra energia, senza mai renderci abbastanza consapevoli di dover rivedere le priorità a cui prestare attenzione.

L’ultima volta che vidi Rose fu poco prima di partire per l’America; avevo appena vent’anni e ricordo l’euforia con cui avevo accolto la notizia della borsa di studio, la scelta della sistemazione, la preparazione della valigia. Lei era accanto a me, con la sua tipica dolcezza, con i suoi sorrisi rassicuranti, con il suo estremo coraggio, e tratteneva le lacrime, tentando di ricacciare il dolore; sapeva quanto fossi felice di vivere la mia prima avventura lontano da casa e non avrebbe mai permesso che in quel giorno ci fosse spazio per tristezze o malinconie.

Rose ha sempre saputo capirmi, o almeno si è sempre sforzata.

Come ho potuto dimenticarmi di lei? Perchè ho trascorso così tanto tempo senza neppure dedicarle un pensiero?

L’ultima sera che ho potuto stringermi a lei, era vestita in maniera molto elegante: indossava una gonna nera, una camicia di seta bianca e un golfino di lana rossa pregiata e morbida, impregnato del delicato ma penetrante odore dell’acqua di colonia alla rosa di cui aveva sempre scorte. Si era truccata in maniera leggera, accendendo il colorito delle guance con un velo sottile di phard e accarezzando le labbra con una passata delicata di rossetto chiaro. Portava al collo il nastro di perle che il nonno le aveva regalato in occasione dei suoi sessant’anni, corredato di un paio di orecchini che, fin da quando ero piccola, aveva promesso di regalare a me. Era ancora bella la mia Rose, una bellezza matura, senz’altro, preservata da una dote rara quanto preziosa: la gentilezza. Non appena mi riconobbe, il luccichio dei suoi occhi divenne più brillante della chiusura d’oro che legava le due estremità della collana. Immediatamente spalancò le braccia e fu subito un susseguirsi di baci, abbracci e carezze dolcissime. Mi disse che si stava preparando per andare a teatro e mi invitò ad andare con lei. Fu una delle serate più belle della mia vita: nonostante non avesse potuto frequentare la scuola, Rose era una donna colta, raffinata, dalla mente fervidamente curiosa, la cui compagnia non stancava mai.

Da quella sera erano trascorsi sei lunghi anni. […]

Il post è diventato decisamente troppo lungo. La storia di Rose è raccontata in questa antologia scaricabile gratuitamente (clicca QUI per il download).

Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi e cosa ha suscitato in te questo racconto. Magari potremmo scoprire di aver provato le stesse emozioni e, se ti va, potremmo parlarne.

Aspetto i tuoi commenti.

Grazie per esserti fermato a leggere. Grazie, di cuore.

Annarita

 

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8 thoughts on “Era bella e portava il nome di un fiore…

  1. È un post denso di spunti e note, ce n’è così tanti che volendone parlare, non saprei da che parte incominciare, perchè tutti degni d’attenzione.
    Alcuni passi, poi, sono commoventi.

  2. Ciao Guido. Grazie per questo commento.
    La storia di Rose commosse anche me quando mi fu raccontata dall’idraulico albanese che qualche tempo fa venne a fare dei lavori nel vecchio appartamento che condividevo con amici prima di trasferirmi in un’altra zona di Londra.
    Ne parlò con semplicità, come se fosse ormai rassegnato che qui in Inghilterra l’abbandono delle persone anziane sia qualcosa da cui non si può fuggire. Da quelle poche parole dette iniziai a ricamare la tela del mio racconto, immaginando le fattezze di Rose e i comportamenti di tutte le persone che avevano condiviso la vita con lei. Possibile che nessuna si fosse ricordata di quanto fosse sola? Possibile che nessuno trovasse il tempo neppure per una breve telefonata o una visita di qualche ora? Rimasi profondamente turbata a quei pensieri, riflettendo sulla condizione generale degli anziani anche nelle nostre città, di tutte quelle persone che cercano solo un po’ di compagnia e un modo per impiegare quel tempo che prima scarseggiava ed ora è diventato improvvisamente troppo. A distanza di tempo questo racconto ancora mi commuove.

  3. Magari perché non mi sento coinvolta, non avendo avuto particolari rapporti coi nonni, ma i sentimenti non li ho percepiti, almeno in profondità. L’eleganza sì, l’eleganza e la gentilezza li ho sentiti chiaramente.

    1. L’intensità e il coinvolgimento di ogni “incontro” che abbiamo con un racconto, un romanzo, una poesia, è strettamente dipendente da grado di “intimità” che abbiamo con quei vissuti che vengono narrati. Credo sia per questo che proviamo empatia per personaggi caratterizzati in un certo modo e ci sentiamo vicini ad uno piuttosto che all’altro. Alcuni racconti sono in grado di smuovere la materia sedimentata in una parte molto profonda di noi stessi, di richiamare ricordi e sensazioni che credevamo ormai assopite, di farci rivivere determinate emozioni. Non c’è niente di male o di sbagliato nel non provare coinvolgimento. Anche a me capita a volte. La bellezza sta proprio nella complessità e nella varietà delle nostre essenze. 🙂

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