Sognando una nuova vita


tragediaQualche giorno fa, una mia carissima amica condivide sul proprio profilo Facebook questa fotografia corredata dal toccante messaggio di Claudia Martinescu.

Aveva pochi soldi e il cellulare con sè. Niente valigie, niente vestiti. Solo alcune fotografie della sua famiglia che sorrideva felice. C’era poco spazio sul barcone, non poteva portare altro. Solo la Speranza. Si leggeva sui volti e negli occhi di tutti, persino di quel bambino piccolo attaccato al seno della madre. Si sentiva l’odore della paura e della speranza, dei loro corpi sudati sotto il sole cocente, l’odore del mare…
Aveva scritto un sms sul cellulare che non era stato inviato. Non aveva credito per poterlo fare… “Amore mio, fra poco arriveremo in Italia. Il viaggio è stato difficile ma ce l’ho quasi fatta. Cerca di resistere e prenditi cura dei nostri figli. Presto saremo di nuovo tutti insieme, ci aspetta una nuova vita, la Vita. Ti chiamerò appena sarò arrivata. Mi mancate da morire! Ti amo!”
L’hanno trovata tra le onde così, col cellulare e il portafoglio con quei pochi soldi e quelle fotografie strette al petto. Non ha voluto lasciare alle onde del mare le cose più care a lei, non voleva sentirsi sola nel momento in cui ha sentito l’abbraccio freddo della morte.
Ci sono tanti corpi sulla spiaggia. Molti di loro non hanno ancora un nome. I tg parlano di numeri, di centinaia e centinaia di morti. Nessuno sa chi sono, chi hanno lasciato a casa, da che cosa scappavano, quali erano i loro sogni. E mentre qualcuno dice “affondiamo i barconi” questa donna, questa madre, questa moglie, stringe ancora forte al petto i suoi sogni…
Restiamo umani!

Nel leggere queste parole, il mio cuore si è fermato per un istante. Percepivo la tristezza e il senso di impotenza che l’autrice di questo pensiero stava provando. La “sentivo” perché quei pensieri sono stati anche i miei, trasmessi in altra forma, qualche tempo fa.
L’anno scorso, per gioco, ho partecipato ad un contest letterario organizzato in fasi, alla maniera del celebre X-Factor musicale che da anni viene trasmesso in TV. Il primo tema assegnato ai concorrenti che avevano superato i provini di selezione era “Schegge“. Dovevamo scrivere un breve racconto che non superasse i 6000 caratteri di lunghezza lasciandoci ispirare da questa parola.
Qual è il legame con il dramma a cui si accennava poco sopra?
Leggete la storia che segue per capirlo e, se vi va, fatemi conoscere i vostri pensieri in merito.
Grazie.

sognando-una-nuova-vitaChe bella la luna stasera… sembra che brilli ancor più luminosa per farsi guardare. Una splendida luna piena, dalla pelle lattea e fulgida. È come se con i suoi raggi voglia disegnare un percorso e indicarci la strada.

Che fortuna abbiamo avuto ad imbarcarci con questo tempo. Il mare è calmo, non tira un filo di vento. Sono certo che non avremo alcuna difficoltà a raggiungere la costa. Solo un altro giorno e finalmente saremo in Italia.

Chissà com’è questa Italia di cui parlano tutti… Poco importa, non ci resteremo troppo. Giusto il tempo necessario per ottenere alcuni documenti e ci metteremo in viaggio per la Germania. È quella la meta del nostro lungo viaggio, ed è là che mio fratello nascerà e crescerà. Ho notato come gli occhi della mamma si illuminano d’improvviso quando me ne parla. Dopo la morte di papà e di Selam sembrava non riuscire più a sorridere, sembrava aver rinunciato ad ogni piccola speranza. Quando poi si è resa conto di aspettare un altro bambino, non ha esitato neppure un istante ad accettare la proposta di quel vecchio amico di papà. Si era offerto di procurarci un posto su una barca che di lì a poco sarebbe partita per l’Europa, portandoci via da un paese povero e in guerra. Come avremmo potuto lasciarci sfuggire quell’occasione?

Abhram, non possiamo più restare qui.” – mi aveva detto. “Stanotte lasceremo Bengasi, Yemane ci darà una mano“. Così, senza fare troppe domande, due sere fa mi sono sistemato sul barcone, seguendo le indicazioni degli uomini che ci avrebbero condotto nel nuovo continente. Notai subito che la barca era piuttosto malridotta, un po’ vecchia e molto sporca ma ero fiducioso che ci avrebbe portato a destinazione senza intoppi. In fondo, non eravamo di certo i primi ad aver compiuto quel viaggio.

La mamma è seduta non troppo distante da me. Se ne sta in silenzio, infreddolita e stanca. Si guarda intorno spaventata, sfuggendo il mio sguardo speranzoso, il quale non avrebbe altro intento che infonderle un po’ di coraggio. Sono io a dovermi occupare di lei adesso, e nonostante abbia solo quindici anni, ho promesso di proteggerla, a ogni costo.

Ormai siamo in viaggio da quasi tre giorni, e nessuno di noi tocca cibo né acqua dalla partenza. La tensione è palpabile, gli animi iniziano a surriscaldarsi. Un gruppetto di giovani irrequieti e piuttosto nervosi vuole portare scompiglio: si insultano rabbiosi, inveendo l’uno contro l’altro, manifestando tutta la propria insofferenza a suon di pugni e strattoni. A tale vista uno dei due scafisti, in un eccesso d’ira fulmineo, si avventa contro il giovane che ha dato inizio alla rissa e lo separa dall’uomo contro cui si era avventato. Gli ordina di restare seduto, che se ci riprova a far confusione, lo getta in mare e lo lascia annegare. Pochi minuti e, incurante di quegli avvertimenti, lo stesso giovane riprende lo scontro fisico iniziato poco prima, scagliandosi contro il rivale carico d’odio e ferocia. Questa volta il conducente del barcone sembra non voler sprecare fiato; afferra una bottiglia di vetro vuota, dimenticata là per terra, e la scaglia violentemente contro il cranio del giovane. Lo osservo da molto vicino: stordito dal colpo, sente le gambe cedere al peso del suo corpo. Istintivamente, mi alzo per afferrarlo ed evitare che cada. Nel mio slancio improvviso, non presto attenzione alle schegge di vetro sparse sul legno consumato del barcone. Le calpesto, scalzo, e le sento penetrarmi tutte insieme nella carne nuda del piede. Non riesco neppure ad afferrare il braccio del mio compagno di viaggio; il dolore mi blocca prima. Vedo mia madre precipitarsi verso di me, intenzionata a lenire quelle ferite fresche. Afferra il piede e, ad una ad una, tira fuori dalla carne le schegge trasparenti. Con fermezza e agilità, strappa un lembo del velo che porta avvolto attorno al capo; so che lo userà per fasciarmi l’arto dopo aver estratto anche il più piccolo di quei frammenti vitrei.

In quel momento una serie di pensieri indistinti inizia ad affollare la mia mente; lacrime calde scendono, segnandomi il volto. Non sono in grado di ricacciarle e interrompere quello sfogo. Sento cadere ogni difesa, getto via la maschera che, per amore di mia madre e rispetto del ricordo di mio padre, indosso dal giorno della sua morte. Riconosco il sentimento che mi opprime: è paura. Paura del futuro ignoto che mi attende, del destino che mi è stato riservato, paura di perdere mia madre e di non poterla aiutare a crescere un figlio che nascerà tra pochi mesi. Ho mentito, non mi sento affatto tranquillo, al punto che mi tremano le mani per l’agitazione.

Ho visto negli occhi delle donne del mio paese un dolore inconsolabile, donne a cui non è rimasto neppure un corpo su cui piangere. Non voglio pensare che anche a me spetti quella sorte. Non riesco più a sostenere questa immensa sofferenza e un po’ me ne vergogno. Papà, Selam, la mia amata Barentù, dove sono nato e cresciuto: una perdita dietro l’altra, una spirale di dolore per cui vorrei un colpevole da punire. Ogni scheggia, ogni picco di dolore fisico, ha fatto riaffiorare le pene di un’anima che avevo cessato di ascoltare. Le punte di quel vetro hanno causato gravi ferite, profonde quanto le cicatrici che porto sul cuore, mai sanate del tutto.

Ora vorrei solo dimenticare, ricominciare da capo, via dai ricordi che mi disturbano il sonno. Chissà, magari la nuova vita in Germania mi aiuterà.

È quasi l’alba, i raggi lunari stanno facendo spazio ad un’aurora candida e delicata, il cielo è terso. Tuttavia nelle ultime ore il vento si è fatto piuttosto insistente, rendendo il mare mosso e minaccioso. Il barcone inizia ad ondeggiare troppo. Provo ad alzarmi, nonostante il dolore. È questione di secondi, iniziamo ad imbarcare acqua. Un’onda più alta delle altre riesce quasi a far capovolgere la barca, molti finiscono in mare. Mi volto alla ricerca mia madre, ma il mio sguardo non riesce a scorgerla. All’improvviso la vedo: è finita in acqua e si dimena per restare a galla.

Devo fare qualcosa, devo salvarla! Non faccio in tempo ad alzarmi che un’onda ancora più alta la travolge, non la vedo più.

Dove sei, mamma? Rispondimi! Mamma, mamma!

divisore

Non vi si strazia il cuore ogni volta che il Tg vi racconta, con toni glaciali, impostati e rassegnati, l’ennesima tragedia? Non provate rabbia nel sapere che ci sono persone che non possono neppure sperare di realizzare i propri sogni perché “colpevoli” di essere nati dalla parte sbagliata del mondo?
Per quanto mi riguarda, ci sono momenti in cui proprio non me ne capacito.
Non mi va di iniziare una discussione che richiami alla politica, alle leggi, a chi è supposto fare cosa. L’unico aspetto che mi interessa è quello umano perché, come diceva Claudia alla fine del suo post, l’unica cosa che dovremmo ricordare è di “restare umani“, provando ad immaginare una situazione talmente distante da tutto ciò a cui siamo abituati che dovrebbe spaventarci al solo pensiero. Riflettere su quanto siamo fortunati e godere delle nostre piccole gioie quotidiane. L’unica imbarcazione su cui metteremo piede sarà un aliscafo, un traghetto o una nave da crociera. Le fotografie che scatteremo con i nostri smartphone super moderni saranno quelle dell’ultima vacanza con i nostri parenti in un posto da favola. Non un barcone malandato, non gli scatti dei cari che temiamo di non rivedere mai più.

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10 thoughts on “Sognando una nuova vita

  1. non possiamo non essere umani, siamo esseri umani, la non al di fuori del contesto una cosa è essere in tempo di pace una cosa è essere in tempo di guerra

  2. Scopro grazie a chi si iscrive al mio vecchio blog quinquennale e ormai diventato luogo di racconti perchè ho bisogno di qualche euro di Adsense nell’altro della LIS che conosce Angela, un mondo di amanti dello scrivere e del libro. Il racconto è splendido così come è sordido il mio abulico ascolto dei naufraghi. La notizia ormai si è liquefatta come i canali , i famosi 99 dei primi televisori che captavano i privati. Per il tempo che ho letto ero lì e cercavo con gli occhi la mamma…ciao.

  3. “restare umani”, parlare con l’altro, ascoltare tanto, tanti, o quel poco che sa bastare a tenerci lucidi; non fermarsi a quel che alcuni ci vogliono far intendere perché fa più o meno comodo. Non lavarsi mai le coscienze col pianto altrui, tantomeno col proprio. Tacere quando bisogna tacere, ma ricordare sempre che nessuno è estraneo a ciò che accade, anche se pare non accadere alla sua pelle; e ogni perdita (soprattutto se annunciata) è per tutti.
    è importante la testimonianza che ci offri e la riflessione che ne urge

    1. Le tue parole mi hanno toccata molto, perché hai colto esattamente ciò a cui alludevo. Il fatto che non accada a noi, ai nostri cari, alle persone che abbiamo la fortuna di avere vicine nella vita, non significa che sia meno grave, meno importante, estraneo e lontano. Ogni vita persa, specialmente in certi modi e nell’indifferenza generale, è una sconfitta per l’umanità intera.

      1. tuttavia penso dobbiamo ricordare che, forse, l’indifferenza non è generale, mentre orrendi sono quelle operazioni propagandistiche tese a generalizzare. Ci sono medici, volontari, anche persone comuni, e chi guarda e sente di spegnerli certi falsi dibattiti a cui assistiamo correntemente, … dicevo: ci sono persone che fanno la differenza e proteggono la diversità, l’alterità, le vite e la ‘cura’ collettiva.
        Un saluto. Come sempre sei delicata, ma forte negli articoli che ci proponi.
        Grazie Colibrì…

      2. La penso così anch’io. Quando parlo di indifferenza mi riferisco a chi, dai piani alti, potrebbe far concretamente qualcosa e non lo fa. So che ci sono tante persone che umilmente e in silenzio dedicano se stessi agli altri e riescono con un’immensa apertura di cuore e un enorme grado di empatia ad esser vicini agli ultimi, in luoghi lontani e dimenticati. Queste persone mi danno la forza di sperare in un futuro migliore, fatto di cooperazione e reciproca comprensione. Ci spero veramente.
        Grazie a te per questo interessante e profondo scambio di opinioni.

  4. Non saprei… ciò che sento è che non potremo più essere gli stessi: questa migrazione ha un carattere epocale, di quelle che travolgono gli imperi più solidi. Solo gli stolti possono immaginare di trarre vantaggio da tutto ciò. E solo gli stolti possono immaginare di risolvere la faccenda chiudendo gli occhi…
    Complimenti per il racconto
    un saluto ed un fiore…..

    1. Anche io penso che il fenomeno stia assumendo proporzioni davvero elevate e che si dovrebbe studiare un piano efficace per far sì che tutto sia gestito senza dispendio di risorse e con l’attenzione che questi esseri umani disperati meritano.
      Grazie di cuore per il graditissimo commento, e per il fiore. 🙂

      1. L’uomo si è sempre mosso, migrando,per i più svariati motivi. Solo dei pazzi possono pensare di limitarne gli spostamenti costruendo barriere o respingendo: la muraglia cinese è ancora lì a testimoniare quanto possa essere folle l’idea stessa…
        Un saluto e grazie a te per lo spazio…

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