Tutta Capri in un caffè #2


Per chi ha letto la prima parte e desidera proseguire la lettura del racconto “Tutta Capri in un caffè“, di seguito la seconda parte.
Grazie!
Capri2[…] Avanzò all’interno e il silenzio insolito lo riportò al presente, lontano dall’ambiente bohémien del raffinato caffè letterario francese. In quello spazio tutt’altro che angusto, le pareti in avorio chiaro impreziosite da quadri e fotografie di varie grandezze, facevano comprendere quanto per i capresi quello del caffè fosse un “rito” a tutti gli effetti. Gustave, ragazzo intraprendente e curioso, nel tempo aveva appreso dal padre segreti e leggende dell’arte culinaria, ma era sicuro che nessuno meglio di un italiano – specialmente se originario dell’antica Partenope, da lustri considerata patria del caffè e della pizza – avrebbe potuto aiutarlo a conoscere meglio questa pratica così diffusa.

Il proprietario del bar si chiamava Michele; era un uomo piuttosto anziano, nato a Napoli e trasferitosi a Capri in tarda età assieme alla moglie Anna. Con tono pacato chiese a Gustave cosa gradisse e in pochi minuti lo accontentò servendogli una spremuta d’arancia. Senza indugio, il francese gli domandò poi come raggiungere la locanda “La terrazza su Capri”. Gustave era in grado di esprimersi in un italiano perfetto, e non perché lo avesse appreso durante gli anni universitari, ma perché nel suo albero genealogico vi erano italiani da generazioni. Sua nonna materna era infatti nata a Pesaro e sua madre gli aveva raccontato che anche la sua bisnonna era originaria di un comune del Bel Paese. La barriera linguistica, quindi, non avrebbe affatto costituito un problema durante il suo viaggio a Capri. Il vecchio Michele, al sentire il nome della locanda, si lasciò andare ad un sorriso aperto e spontaneo; conosceva la donna che la gestiva da qualche anno e non poté fare a meno di ripetere allo sconosciuto quanto ella fosse amabile, disponibile e squisitamente di compagnia. Gli parlò di quel piccolo ritrovo sulla collina dove spesso, quando il flusso di turisti si arrestava e le giornate diventavano meno pesanti per tutti, lui, la moglie Anna, la proprietaria Lucia ed altri amici si riunivano per chiacchierare, giocare a carte o semplicemente trascorrere qualche ora insieme, deliziandosi con le storie dei pescatori o le stravaganti avventure vissute dai visitatori dell’isola. Gustave era un uomo che si definiva non troppo portato per la conversazione; alle sterili e talvolta noiose discussioni, preferiva i momenti che era solito ritagliarsi per sé quando, generalmente nel tardo pomeriggio dopo il lavoro, prendeva un libro e raggiungeva i parchi della sua città, lontano dagli affollati luoghi di ritrovo, dal suono incessante del telefono e dai ricordi che lo tormentavano. Gustave non era sempre stato così; le persone che avevano trascorso assieme a lui la giovinezza, lo ricordavano non soltanto per l’arguzia e la cultura che dimostrava di possedere, ma anche per la convivialità e per lo spirito allegro con cui allietava ogni incontro. Poi, tutto a un tratto, qualcosa cambiò: fu scosso da un evento inaspettato e traumatico, ed ogni singolo aspetto della sua esistenza venne radicalmente stravolto. Mutò abitudini e stile di vita, modificò tratti caratteriali, recise ogni legame che aveva col passato e con tutto ciò che avrebbe potuto ricordargli quella fase della sua vita ormai definitivamente eclissata. Ciò che aveva subìto e a cui si era trovato, suo malgrado, ad assistere, aveva messo in moto una rivoluzione silenziosa e devastante che lo aveva trasformato in un uomo diverso, un uomo le cui ferite forse non si sarebbero mai più sanate. Benché non interessato a continuare quella conversazione, egli rimase catturato dalla foga e l’enfasi con le quali Michele gli stava presentando la sua terra e la sua gente, e perciò si decise a non disturbare il suo racconto. Mentre lo ascoltava svelare di come Lucia, la donna che a breve avrebbe conosciuto, con tanta premura si prendesse cura di un orfanello di origine africana – da tutti conosciuto come “Mimì il terremoto” – la sua narrazione fu interrotta dall’arrivo di un cliente. Si trattava sicuramente di un pescatore del posto che doveva avere all’incirca l’età di Michele; entrò e si avviò spedito verso il bancone, chiedendo: “C’è un sospeso?”. Michele annuì e dopo pochi minuti gli pose davanti una tazzina di caffè fumante che l’uomo assaporò rilassato, in disparte, dalla prima all’ultima goccia. Sembrava che quella pausa gli fosse bastata per recuperare un po’ di energia e di buonumore, come se quel caffè fosse intriso di una segreta carica magica in grado di spazzare via, anche solo per un po’, i brutti pensieri. Il cliente uscì dal bar senza pagare e quando fu abbastanza lontano, non potendo trattenere la curiosità, Gustave domandò a Michele cosa fosse “il sospeso” che l’uomo aveva domandato e perché fosse andato via senza saldare il conto. Ben volentieri l’anziano iniziò a descrivere un’antica usanza partenopea, la cui origine non era conosciuta: si raccontava che un tempo a Napoli, in un quartiere chiamato Sanità, quando qualcuno era allegro a seguito di qualche fortunato evento che aveva cambiato la sua giornata, invece di pagare un singolo caffè, ne pagava due, lasciando il secondo in omaggio per un prossimo cliente. Questo gesto prese il nome di “caffè sospeso”. Così di tanto in tanto, un pover’uomo che si affacciava per chiedere se qualcuno avesse lasciato un “sospeso”, poteva concederselo gratuitamente; era considerato un modo come un altro per offrire un caffè all’umanità e per molti anni era diventata una filosofia di vita. Gustave rimase affascinato dalla compassione e dalla sensibilità dei napoletani; aveva sentito parlare del calore e dell’esuberanza di questo vivace popolo del sud Italia, ma quella storia lo commosse ugualmente. Siccome cominciava a farsi buio, Gustave prese a congedarsi da Michele. L’uomo però insistette per accompagnarlo personalmente alla locanda e in fretta mise in moto la piccola Apecar rossa che utilizzava per spostarsi da un capo all’altro dell’isola. Non ci misero molto a raggiungere la pensione sulla collina e ben presto Gustave poté verificare personalmente la finezza e le belle maniera della padrona di casa.

Lucia era una donna di trent’anni appena, dai ricci capelli neri e inusuali occhi nocciola. Fisicamente ben proporzionata, era una giovane affascinante ed attraente, e siccome la voluminosità dei suoi numerosi boccoli color pece avrebbe potuto renderne l’aspetto scomposto e inelegante, ella era solita raccogliere i ciuffi ribelli in larghe fasce di stoffa che si cuciva personalmente, fasce che abbinava con buon gusto agli abitini al ginocchio che le piaceva indossare. Quella sera, consapevole dell’arrivo di un nuovo ospite, aveva provveduto a curare ancor di più la sua mise già solitamente impeccabile; aveva scelto un vestitino in cotone rosa cipria, a cui aveva abbinato dei sandali bianchi, della stessa tinta del coprispalle che indossava per proteggersi dall’umidità della sera e del nastro spesso con cui cingeva i capelli. Aveva addosso una fine collanina d’argento e un braccialetto con rumorosi sonaglini e quando ci si avvicinava a lei, si riusciva a percepire distintamente l’aroma delicato dell’acqua di colonia con cui aveva profumato la pelle. Era senz’altro una donna la cui bellezza non passava inosservata e lo stesso Michele si rese conto di quanto Gustave fosse rimasto colpito dalla sua non convenzionale piacevolezza. Terminato il suo compito, salutò Lucia e si allontanò in fretta nella sua rumorosa vettura, desideroso di raggiungere la moglie Anna al termine della giornata lavorativa.

La donna pregò Gustave di seguirla verso la stanza che gli aveva riservato, la quale era situata al primo piano. Salendo le scale, l’uomo ebbe modo di rendersi conto che la casa era piccola, dall’arredamento classico e molto pulita: agli ospiti erano destinate tre stanze al piano terra e due al piano di sopra, in quanto una era occupata dalla proprietaria. La sua camera gli parve subito graziosa ed accogliente. Oltre al letto, al comodino e ad un piccolo armadio a due ante, vi era uno scrittoio in legno che all’apparenza doveva avere almeno cento anni, e una poltrona disposta accanto al balcone, come se la padrona sapesse quanto il nuovo coinquilino giunto dalla Francia adorasse il mare e come il rumore delle onde riuscisse a calmarlo. Gustave era certo che avrebbe avuto modo di testarne la comodità durante le sue numerose notti insonni.

La notte, che momento terribile era diventato; quante volte, rientrando a casa la sera, avrebbe preferito riportare indietro le lancette dell’orologio e iniziare un nuovo giorno pur di non sentire riaffiorare tutte le spiacevoli sensazioni che il calare dell’oscurità portava con sé. Da qualche mese Gustave soffriva di insonnia: un’insonnia violenta, frequente, insistente. La mattina le sue federe erano umide, bagnate dalle gocce di sudore che gli rigavano il viso fino a raggiungere il cuscino che schiacciava e contorceva a ripetizione mentre cercava di prendere sonno. In quei frangenti la mente si affollava di immagini e pensieri che non riusciva né a controllare né a scacciare via e spesso, rassegnato, si ritrovava seduto con gambe e braccia conserte al centro del letto, spazientito dai tremolii e dalle vampate di calore generate dal panico che accompagnava le sue frequenti visioni notturne. Lei era lì, gli camminava accanto spingendo con grazia i pedali della bicicletta che lui le aveva regalato in occasione del suo compleanno. Era felice, aveva da poco ricevuto una notizia bellissima e non desiderava altro che condividerla con l’uomo che l’aveva fatta sua due anni prima in una chiesetta di campagna, davanti ai due testimoni ed uno sconosciuto sacerdote. D’improvviso ad un incrocio, un tonfo. Un’autovettura nera era apparsa dal nulla e Paulette non aveva potuto far niente per evitarla. Il conducente non aveva rispettato un semaforo e, sebbene non procedesse a grande velocità, lo schianto riuscì comunque a causare gravi lesioni sul corpo della giovane donna. Sbatté con violenza il capo sul marciapiede che si riempì di sangue. Furono attimi di puro terrore: la folla iniziò ad accalcarsi sull’inerme ciclista e qualcuno chiamò l’ambulanza che fu tempestiva. Nel giro di pochi minuti Paulette fu condotta all’ospedale più vicino; le sue condizioni erano molto gravi, le lesioni riportate alla testa erano profonde e i medici non erano in grado di assicurare che lei e il bambino sarebbero riusciti a sopravvivere. Con aria cupa ed avvilita riferirono la drammatica possibilità al marito che, immobile nella sala d’attesa, fu trovato con lo sguardo perso nel vuoto, a pregare in silenzio affinché gli fosse restituita la persona più importante della sua vita. Quella notizia si abbatté sulle sue spalle come una condanna a morte; Gustave non era a conoscenza della gravidanza della consorte, e forse era proprio per creare una situazione allegra e distesa che la donna la mattina dell’incidente aveva insistito tanto per recuperare le biciclette dal garage, raggiungere un parco non troppo distante dalla loro villetta ed organizzare un pic-nic. Ricordava quanto fosse di buon umore nelle ultime settimane e la possibilità di non rivedere più i suoi occhi gioiosi e di stringere le sue mani piccole e vellutate gli spegneva l’anima. Paulette morì nel giro di un paio di settimane: a nulla valsero i tentativi dei medici di rianimarla dopo il forte trauma cranico che aveva subìto.

[continua…]

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