Tutta Capri in un caffè #3


Buongiorno a tutti.
Per chi ha letto la prima e la seconda parte e vuole scoprire come evolve la storia dello scrittore Gustave, ecco la terza e penultima parte del mio racconto “Tutta Capri in un caffè”.
Buona lettura e grazie per la vostra “presenza”. 🙂
capri-3Gustave impiegò cinque anni per accettare quel lutto e riprendere, con una parvenza di serenità, la propria attività lavorativa e un minimo di rapporti sociali. Se continuava a vivere, lo faceva per onorare il ricordo della moglie e la sua missione; Paulette infatti era stata un’infermiera. Aveva votato la sua vita al prossimo, investendo ogni energia nell’assistenza alle persone più bisognose, non soltanto di cure mediche ma soprattutto di affetto. Non era raro infatti che la sera o nel fine settimana si allontanasse da casa per andare a prestare soccorso e dare conforto a coloro che erano stati abbandonati e vivevano soli. Era una donna dal cuore grande e dall’animo puro, e spesso confidava a Gustave di desiderare di fare quando possibile un viaggio in Africa o nei paesi più poveri dell’Asia, per conoscere da vicino quelle realtà così lontane dalla loro ma dalla forte carica attrattiva. Dalla sua morte, Gustave aveva fatto della missione di Paulette la sua missione e si era ripromesso di aiutare i poveri e i dimenticati alla sua maniera, ovvero scrivendo. Uno dei due romanzi conservati nello scrittoio del suo appartamento di Grenelle, infatti, era destinato a questo scopo: il ricavato delle vendite, qualora fosse riuscito a pubblicarlo, sarebbe stato devoluto all’associazione a cui la moglie e alcuni colleghi infermieri avevano dato vita poco dopo la laurea, ente che ancora si occupava di fornire aiuto ad alcuni villaggi in Tanzania.
“Mi auguro che la stanza sia confortevole come immaginava, signor Du Rochefort” – intervenne improvvisamente Lucia. Gustave si era perso tra i suoi pensieri e ci mise un attimo a riprendersi da quel singolare stato di trance. Lucia lo stava osservando ed era in attesa di una risposta, ma prima che l’uomo potesse rivelarle le sue impressioni, la donna continuò domandando: “Cosa gradisce per cena? Posso prepararle ciò che vuole”. La cordialità di Lucia trasparì già dalle prime parole ma si placò al netto rifiuto di Gustave che tagliò corto dicendo: “La stanza è perfetta, la ringrazio. Al momento non ho appetito e preferirei fare un giro nei dintorni e andare a riposare. Sono certo che nei prossimi giorni non mancherà occasione di assaggiare uno dei suoi piatti”. Lucia non insistette, scese in silenzio le scale e chiuse dietro sé la porta della cucina mentre Gustave, dopo aver disfatto le valigie, prese la giacca di lino, un sigaro e uscì a fare due passi. Essendo buio non poté allontanarsi molto dalla locanda, ma la passeggiata in giardino ebbe un effetto terapeutico e gli permise di distendere i nervi.
Mentre pensava a come avrebbe organizzato le giornate dall’indomani, si incantò ad osservare i fiori che abbellivano i balconi delle stanze al piano di sopra; nella luce dei lampioni posti ai lati dell’abitazione riuscì a scorgere primule, violette, lobelie, azalee e gerani, con colori che si alternavano tra il cremisi e l’arancio, il viola polvere e il rosa pallido, mentre nel terreno alla destra della porta d’ingresso erano state piantate delle candide rose bianche. Lucia doveva amare particolarmente i fiori e questo, non sapendo bene perché, non lo stupiva più di tanto.
La finestra della cucina era ancora spalancata e Gustave la intravide che, indaffarata, vi si muoveva da un capo all’altro. Solitamente, prima di andare a dormire, le piaceva gustarsi una tazza di caffè caldo. In quel momento, infatti, la donna era intenta a metter su un “caffè alla turca”, seguendo il procedimento che le aveva insegnato Michele, rispettando la formula tradizionale e utilizzando un piccolo contenitore di ottone con un solo manico, dall’imboccatura stretta per catturare meglio gli aromi. Quel rito si componeva di gesti lenti, cadenzati e attenti: dopo aver versato lo zucchero necessario ed aggiunto l’acqua, aveva messo il bricco sul fuoco basso. Una volta portata l’acqua ad ebollizione poi, aveva aggiunto del caffè macinato finissimo, mescolando prima il tutto e rimettendo il contenitore a bollire. Il liquido diventato schiumoso, in seguito, andava tolto dal fuoco, rimescolato fino a far spegnere la schiuma e rimesso nuovamente sulla fiamma. Quest’operazione doveva essere ripetuta varie volte ma ciò non sembrava seccare Lucia che durante quest’attività ascoltava alla radio canzoni che Gustave non conosceva. Chissà se sarebbe stata soddisfatta del sapore della bevanda che aveva preparato; di sicuro l’odore che si espandeva dalla cucina era buonissimo anche se, essendo puro, distinto, non mescolato a nessun altro aroma, non gli suscitava le stesse emozioni e gli stessi ricordi richiamati dall’atmosfera del bar in cui si era fermato qualche ora prima. Si era fatto molto tardi e Gustave si persuase a tornare nella propria stanza. Rientrando dalla porta incrociò lo sguardo di Lucia, che sorseggiava soddisfatta il suo caffè.
“Gradisce una tazza?” – chiese svelta, ma Gustave negò e le augurò buonanotte.
Come previsto, anche quella notte l’uomo ebbe difficoltà a prender sonno, ma il rumore lontano delle onde e un buon libro lo rasserenarono fino a che alle prime luci dell’alba, distrutto, si addormentò sulla poltrona antica.
Capri si rivelò un luogo ancora più affascinante di quanto potesse immaginare e qualsiasi descrizione le guide ne facessero, nessuna riusciva a renderle pienamente giustizia. Il cielo terso e il mare cristallino ricreavano una cornice perfetta e suggestiva. Gustave era ansioso di perdersi tra le sue sconosciute bellezze e decise, consigliato da Michele, di dedicare i primi giorni alla scoperta dei Giardini di Augusto e della Certosa di San Giacomo. Si fece strada tra le terrazze di fiori che affacciavano da un lato sui Faraglioni di Capri, dall’altro sulla Baia di Marina Piccola e i tornanti di Via Krupp, così stretti e singolari da sembrare sovrapposti. Successivamente volle esplorare gli angoli più nascosti e pittoreschi delle antiche ville dell’isola: fece tappa dapprima a Villa San Michele, poi a Villa Jovis e infine a Villa Damecuta. In ciascuna di queste tenute secolari il richiamo alla storia antica era costante, una storia intrisa di misteri, leggende e fascino. La prima villa risaliva al 1885 e venne fatta costruire da un medico e scrittore venuto dalla Svezia, Axel Munthe, che la fece ergere sui resti di un’antica cappella dedicata a San Michele. Gustave fu rapito dalla magnificenza dei frammenti di sarcofagi, busti, pavimenti romani, marmi e colonne rinvenuti all’interno, ma soprattutto dall’incanto del belvedere circolare, che regalava una vista mozzafiato sul Golfo. La seconda era di gran lunga più antica; risaliva infatti all’epoca romana ed era la più amata dall’imperatore Tiberio, che a Capri ne possedeva ben dodici. La sua architettura ricordava le classiche ville del periodo romano, ma allo stesso tempo una piccola fortezza. Gustave sentiva gli occhi riempirsi di un’inestimabile bellezza: iniziò ad immaginare come il medico scrittore potesse sentirsi ispirato da una natura tanto benevola, percepì la pace vibrante dei giardini, la presenza rassicurante delle statue che sembravano, attraverso i loro sguardi, richiamare i visitatori in un mondo impenetrabile ed ignoto, disegnava i percorsi che uomini di altre epoche avevano compiuto, fantasticava sui piaceri e gli sfarzi che l’imperatore si concedeva in una delle sue raffinate dimore. Ammirò infine Villa Damecuta ad Anacapri, visitando i pochi ruderi sopravvissuti all’esplosione del Vesuvio, alle incursioni dei pirati e alle fortificazioni militari. Rientrava alla locanda un po’ stanco ma appagato e dedicava interi pomeriggi alla lettura, alla scrittura e a rilassanti passeggiate sulla spiaggia. L’isola era così bella che non riuscì a tenere a freno la voglia di continuarne la scoperta; desiderava fare quanto prima un’escursione alla Grotta Azzurra e al magico Faro di Punta Carena e per questi due tour ebbe il piacere di essere accompagnato dalla padrona della locanda. Capitava infatti che la bella Lucia, quando aveva bisogno di prendersi un po’ di riposo dalle responsabilità della pensione di cui si occupava tutto l’anno, ne lasciasse la gestione alla cugina Angela.
I due si incrociarono fortuitamente al bar di Michele dove Gustave quella mattina si fermò a fare colazione. Nonostante avesse visitato quei luoghi tante volte, quando seppe che il francese vi si sarebbe recato, iniziò a raccontare un paio di aneddoti leggendari legati alla misteriosa spelonca e al faro fiabesco e Gustave si incuriosì a tal punto che, con suo stesso stupore, istintivamente invitò la donna ad accompagnarlo. Quella giornata fu per entrambi speciale: si divertirono come non accadeva da tempo e risero di cuore, finalmente. Dopo la gita in barca, salirono sulla torre di vedetta ed iniziarono a raccontarsi; Gustave scoprì che anche Lucia amava leggere e passarono ore a parlare dei loro romanzi preferiti e dei viaggi che avrebbero voluto fare. Sembrava si conoscessero da una vita, l’affinità tra loro era altissima. Per un momento a Gustave parve di essere stato catapultato indietro nel tempo, ad uno degli incontri al “Café Littéraire” e si sentì libero, svincolato dalle ombre e dai fantasmi del suo passato. Lucia riuscì a penetrare una parte intima che gli anni avevano reso inviolabile come le mura di un castello; era riuscita a toccargli le corde del cuore, a far brillare quegli occhi che troppo e troppo a lungo avevano pianto, a ridestare un’anima che per non morire si nutriva di fantasia e storie inventate, senza perdere mai la speranza, in segreto, di poter essere di nuovo protagonista di un racconto da favola. Aveva imparato a stare solo e negli anni si era ritrovato sempre più spesso a rifiutare gli inviti dei colleghi, preferendo rimanere a casa e leggere, come se i personaggi dei romanzi che divorava lo stessero aspettando per fargli sentire le emozioni che la monotonia e l’assenza della moglie avevano represso. Lei sembrava diversa ed aveva una sensibilità e una purezza che gli ricordavano tanto la sua Paulette. Presto però questi pensieri iniziarono a spaventarlo; da quando la compagna lo aveva lasciato, non era riuscito a provare interesse per nessun’altra donna ed ora che una sconosciuta si stava spingendo in uno spazio così privato, aveva paura. Si comportò alla sua solita maniera: fuggendo. Interruppe bruscamente la conversazione e le confessò che per la stanchezza sarebbe andato a letto subito. Per qualche giorno evitò ogni occasione di incontrarla, uscendo molto presto e rientrando quando era sicuro che dormisse.

[…continua…]

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