Umiltà, questa sconosciuta…


In un breve momento di pausa, con lo sguardo diviso tra la finestra schizzata dalla pioggia e una tazzina di caffè fumante, butto giù qualche pensiero su cui mi ritrovo a riflettere da un po’.
Sono passati ormai quasi due mesi da quando ho terminato la prima stesura del mio primo romanzo. Settimane in cui si sono accumulati, sostituiti e susseguiti i più svariati propositi. Mentre dondolavo sull’altalena delle mie emozioni – costantemente divisa tra un “Ce la posso fare” e un “Voglio cestinare tutto e smettere di scrivere per sempre“, ho osservato scorrere sulla Home del mio profilo svariate pubblicazioni di conoscenti e colleghi, partecipato a discussioni e letto articoli inerenti il mondo dell’editoria. Attività che, a un certo punto, hanno sortito in me uno strano, negativo, effetto: ho, infatti, avvertito pian piano salire dallo stomaco un forte senso di nausea, sempre più fastidioso. Nausea verso un settore che speravo diverso, che speravo migliore e che, in sostanza, mi sta mostrando tutto il suo marciume.

Mettendo da parte il lato più puramente “professionale” della cosa (la piaga degli editori a pagamento e la sensazione di mediocrità e pressapochismo che aleggia ormai da qualche anno, tanto per citare qualche esempio), la delusione da cui mi sento maggiormente toccata è quella che fa riferimento al lato più umano degli “scrittori”; quel lato che forse, più di tutti, dovrebbe e potrebbe incuriosire e ispirare un lettore ad avvicinarsi al mondo di cui sono gli unici creatori.

Ebbene, se dovessi basare il mio giudizio esclusivamente su ciò che ho avuto modo di osservare nell’ultimo periodo (cosa che ovviamente non farò, evitando di cedere alla tentazione di una facile generalizzazione), ho l’impressione che, tra tutti gli artisti, la categoria degli scrittori sembri essere la peggiore. E tutto questo perché, in questo ambiente, si parte da un assunto intrinsecamente sbagliato – ma evidentemente non chiaro ai più: la scrittura NON è per tutti. È una forma d’arte complessa e ingannevole. A differenza di altre espressioni artistiche quali la pittura, la scultura o la musica, questa dà l’impressione di essere accessibile a chiunque abbia un minimo di cultura e padronanza della lingua (in alcuni casi, in verità, neppure quelle). Ma si tratta, appunto, di un’illusione.

Quanto più sembrerà facile accedere a una determinata forma d’espressione, tanto più sarà difficile eccellere in quel campo. E la scrittura, diversamente da quanto l’apparenza può suggerire, è proprio quel tipo di espressione. Per essere un bravo scrittore non è sufficiente l’ispirazione; non basta un’idea né una scrittura pulita e scevra di errori. Una buona penna è un elisir che vede amalgamarsi, nelle giuste quantità, una serie imprescindibile di elementi: talento, studio, originalità, passione, tecnica, abnegazione, sacrificio e, più di ogni altra cosa, umiltà.

Se si spendesse qualche ora del proprio tempo libero a navigare in Rete e a spulciare blog di recensioni, commenti sugli store online e discussioni nel vari gruppi Facebook, la prima impressione che si avrebbe leggendo le parole entusiaste del lettore medio, è quella di avere la grande fortuna di vivere in un periodo storico e in un contesto sociale in cui le buone letture e le belle storie abbondano. Peccato che basti scaricare qualcuno dei titoli osannati (di emergenti e non) e sfogliare le prime pagine degli estratti gratuiti per rendersi conto di quanto anche questa considerazione corrisponda a una pura e semplice illusione. L’offerta, grazie soprattutto ai nuovi mezzi di pubblicazione e promozione, sempre più completi ed efficienti, è molto aumentata. Peccato che non si possa dire lo stesso della qualità delle opere che ci sono in giro. Probabilmente il mio giudizio odierno è forse un po’ troppo influenzato dalla frustrazione di non riuscire a trovare un libro che riesca a conquistarmi e farmi provare il desiderio di accompagnare i personaggi fino alla fine del proprio percorso (sensazione che ho provato l’ultima volta con il libro di Lorenzo Marone, “La tentazione di essere felici“), ma ho come l’impressione che le storie (almeno quelle con cui ultimamente sono venuta a contatto) tendano ad assomigliarsi sempre di più e a non avere alcun tratto che possa aiutare a distinguerle e, di conseguenza, ricordarle. (A questo proposito, se avete qualche buona lettura da consigliarmi, ve ne sarei grata. Quest’estate gradirei non ritrovarmi a sfogliare solo i manuali di formazione inerenti la traduzione e la mia professioneGrazie!).

Tentando però di non divagare dal punto focale del post e tornando all’argomento della mia riflessione (ovvero il lato “umano” degli autori) credo che David Frati, in questo articolo dal titolo “Aspiranti scrittori: il consiglio che nessuno vi darà mai” ci abbia preso in pieno.

[…]per fare un esempio musicale e non letterario: un batterista dilettante ascolta 1000 album, va a 1000 concerti e si rende conto di non essere in grado nemmeno lontanamente di suonare la batteria a livello professionale. Punto. Nessuno gli toglie il gusto di suonare con gli amici, è un diritto sacro e un bellissimo hobby, ma costui ‒ se è sano di mente ‒ non avrà nessuna posa da star, non si riterrà un perseguitato, non odierà e insulterà chi gli farà notare i suoi limiti, non stalkerizzerà gli addetti ai lavori. Si comporterà con la giusta umiltà. L’umiltà non è il contrario dell’arte, ne è un ingrediente essenziale.

Nell’ambiente della scrittura, l’odio e la cattiveria stanno raggiungendo livelli che fino a qualche tempo fa credevo impensabili. Aleggia un senso di asservimento all’opinione generalizzata e di sfacciata sicurezza che, sinceramente, mi lasciano alquanto perplessa. Chiunque pensi di proporre una minima critica (per quanto diplomatica, argomentata e costruttiva questa auspichi a essere) si muove convinto di ricevere di tutta risposta un attacco aggressivo (o una risposta indifferente, nel migliore dei casi) non tanto dall’autore dell’opera contestata, quanto perlopiù dai suoi sostenitori (che, nella fattispecie, spesso corrispondono ad altri autori, non a semplici lettori). Ecco allora fioccare accuse di invidia, ignoranza, pura e semplice idiozia. Il tutto per aver semplicemente espresso un’opinione. Dov’è finita l’aspirazione continua al miglioramento? Quali sono i risultati che permettono ad alcuni autori di sentirsi già “arrivati” e dunque di non aver più bisogno di una critica costruttiva? Per quale motivo si decide progressivamente di evitare qualsiasi tipo di confronto (forse nell’attesa che a combattere quella guerra ci vada qualcun altro?).

Sono sempre stata una ragazza molto curiosa. So di non sapere molte cose e, proprio per questo, mi avvicino sempre con molta umiltà e molta riconoscenza a chi credo possa avere qualcosa da insegnarmi. In questi anni ho avuto modo, proprio grazie al confronto con autori che condividono il mio modo di pensare, di venire a conoscenza di una marea di risorse utilissime nella mia evoluzione di aspirante autrice. Ho una visione così alta (e forse a tratti troppo idealista, me ne rendo conto) della scrittura e della letteratura, da essere portata a credere, ingenuamente, che la curiosità e la voglia di migliorarsi siano tratti caratteristici e imprescindibili della figura autoriale. Mi sto rendendo sempre più conto che, in realtà, le cose stanno diversamente.

Facendo un discorso un po’ più generale ed esteso, credo che la società stia regredendo perché si sta perdendo il rispetto verso il prossimo in qualunque ambito: professionale, relazionale, sociale.
Perché, specialmente nella realtà virtuale dei social dove ogni agnello si trasforma in un agguerrito leone da tastiera, tutti si sentono migliori degli altri, desiderosi di dire la propria dall’alto del castello fragile delle proprie certezze, senza un briciolo di empatia, senza un minimo di lungimiranza, senza la più piccola apertura verso l’altro.

giudici
Ci si sente arrivati anche all’inizio di un percorso, trincerati entro un ego smisurato e ambizioso, che non conosce umiltà né sensibilità. Ci si crede sempre più furbi, più scaltri e sagaci, più meritevoli. Di un’attenzione, di un potenziale lavoro, di un riconoscimento unanime. Si pretende senza offrire, senza mettersi in discussione, senza concedere agli altri la possibilità di proporre una riflessione che metta in luce i propri limiti e non solo i propri punti di forza. Non si valorizza l’errore, non si ricerca il buono nel fallimento, non si cerca di evolvere. Si sta placidamente in un limbo, conosciuto e rassicurante, al confine della propria, limitata, realtà.
Forse perché l’ignoto fa paura. Forse perché per ammettere la propria limitatezza ci vuole coraggio. Forse perché, qualche volta, si vuol vedere lo specchio rimandare un sorriso e la coscienza tacere un rimprovero. O forse perché, semplicemente, ci si accontenta. Una cosa che, per quanto mi sforzi, non sono capace di fare.

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7 thoughts on “Umiltà, questa sconosciuta…

  1. Bellissima la tua riflessione Annarita! Posso solo aggiungere che se tutti lo pensassero come noi sarebbe un mondo migliore, ma purtroppo così non è…
    Nonostante tutto noi non molliamo!

  2. Condivido. L’evolversi sociale del vivere porta in sé inevitabilmente una regressione principalmente di valori e della consapevolezza dei propri limiti. Restando in tema, salvo rari casi di reali talenti che trovano una via per esprimersi e farsi notare attraverso il mezzo di internet ed editori a pagamento (una conseguenza sempre di quell’evolversi a mio umilissimo parere), moltissimi sono convinti di avere le capacità di scrivere, siano esse poetiche o narrative in generale. Ma non è il male minore. La mediocrità di certe pubblicazioni che troviamo ovunque, anche nei supermercati, è voluta da alcuni editori stessi che sfruttano la popolarità di determinati personaggi (“youtuber” o attori/comici/calciatori e via dicendo) per vendere “libri” che, ahimè, la gente acquista. magari dietro c’è un ghost writer ma che importa, basta vendere.

    Opinione mia, ovviamente e pertanto aperta all’opinabile.

    Un saluto!

    1. Sono assolutamente d’accordo con te. La cosa che mi ferisce (e sinceramente mi fa anche un po’ rabbia) è l’alta probabilità di lasciarsi sfuggire un gran bel titolo in questo “mare magnum di pubblicazioni”. Troppa offerta, concentrata verso gli stessi, banali, filoni. Vende? Problema risolto.
      Non so voi, ma ho bisogno di ricredermi e di sperare in una prossima inversione di tendenza.

      Un saluto a te!

  3. Mi sembra che il libro di Marone ci trova concordi e l’ha letto pure mia madre di 84 anni che di solito leggo o meglio guarda novella 3000. Quando si rappresenta bene una storia c’è reciprocità e condividiamo!

  4. Ho letto con molto interesse queste righe perché sollevano riflessioni che da tempo mi accompagnano e concorrono ad impedirmi di entrare nel suddetto mondo editoriale, pur ritenendo – scevro della celebrata umiltà – di valere una piccola pubblicazione. Ma il panorama di invidia e mancanza di rispetto. Di idolatria del proprio sé, in altre parole, è davvero sconsolante e riguarda anche altri ambiti artistici, purtroppo.
    Mala tempora currunt.

  5. uno scritto colmo di riflessioni che condivido. umiltà ed empatia sembrano in via d’estinzione, eppure sono entrambe necessarie per interagire in modo costruttivo e rispettoso.

  6. Non c’è parola che io non condivida, anch’io in attesa che qualcuno si accorga di me. E forse proprio per colpa del non accorgersi altrui, lavoro quotidianamente nell’accorgermi di me, scusa il gioco di parole, scrivendo e aprendo un blog da poco che sento dare, se non altro, una scossa nel rispetto della materia in questione. E’ un mondo difficile ma d’altronde non tutti possono essere mogli di calciatori famosi o lavorare in televisione per poi…scrivere un libro. Teniamo duro!

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