Il coraggio delle donne che combattono per i propri desideri


Sabato sera da leoni: io, una fumante tazza di Earl Grey tea accompagnata da qualche biscottino al burro, e The Danish girl(2015), diretto da Tom Hooper, adattamento dell’omonimo romanzo di David Ebershoff e liberamente ispirato alle vite dei pittori danesi Lili Elbe (alter ego femminile di Einar Wegener) e di sua moglie, Gerda Wegener. story

Ve lo dico subito: desideravo vedere questo film da non so quanto tempo e sono felice di poter affermare con convinzione che, almeno per una volta, le mie aspettative non sono state deluse. Una sola parola: Wow.

Avrei potuto aspettare domani mattina per scrivere questo post. Avrei potuto analizzare a freddo e con maggiore lucidità tutto ciò che questo film mi ha regalato, tutte le sensazioni che ho vissuto, tutte le scene che mi hanno colpito. Avrei potuto attendere solo qualche ora, lasciare che la notte facesse germogliare, prima nell’inconscio e poi consapevolmente, i semi che questa storia ha piantato nel terreno fertile della mia anima. Avrei potuto, sì, ma non ho voluto, non ne sono stata capace.

In questo momento ho il cuore pieno di un sentimento a cui non riesco ancora a dare un nome. Mi fremono le mani, ho il respiro accelerato e non so su quali elementi focalizzare prima l’attenzione. È un incontro di emozioni forti e contrastanti, che mi bagnano gli occhi e scuotono la coscienza. The Danish girl” è un capolavoro. Uno di quei film che ti lasciano una sensazione di pienezza e di meraviglia, in grado di restituirti una speranza che credevi ormai perduta: quella di provare un’emozione vera semplicemente guardando un film, di percepire quel sussulto impossibile da ricacciare, impossibile da non ascoltare.

“The Danish girl” è un film in cui si celebra la forza e il coraggio di una coppia come tante, e lo si fa nella maniera meno stereotipata possibile: con la delicatezza. Tutto, in questo film, si presenta allo spettatore con la leggerezza di un battito d’ali di farfalla. Il disagio fisico ed emotivo di un giovane uomo e l’evoluzione che si scatena dopo una rivelazione di cui è egli stesso protagonista, vengono affrontati con tatto ed estrema sensibilità. Questo film è un “soffio sull’anima”, una carezza alla parte più empatica e umana del nostro io. Un tema complesso, oggi molto dibattuto ed oggettivamente di difficile comprensione, viene proposto al pubblico con naturalezza, senza intaccarne mai lo spessore.

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La scelta degli attori è stata, a mio parere, azzeccatissima. Eddie Redmayne – la cui interpretazione avevo già molto apprezzato ne “La teoria del tutto” e che attendo di ritrovare in “Animali fantastici e dove trovarli” – forse anche grazie al suo fisico longilineo e all’incarnato lentigginoso e a tratti etereo, impersona alla perfezione lo spirito del protagonista. Un uomo nato in un corpo che sente non appartenergli, che al solo pensiero di potersi sbarazzare della sua parte “sbagliata”, si accende di una luce così intensa da abbagliare anche il passante più distratto. Un uomo che scopre la sua vera identità assieme a noi, che ne seguiamo le conquiste passo dopo passo, giorno dopo giorno, sofferenza dopo sofferenza. Gli siamo accanto in ogni piccola scoperta, ad ogni singola conferma, ad ogni gradino che lo conduce al mondo in cui desidera vivere. Lo osserviamo studiare le movenze e i movimenti delle donne, imitarne la postura, curiosare nei loro guardaroba e trasformarsi il volto con la loro magia. Siamo accanto a lui quando guarda per la prima volta il riflesso della sua vera anima allo specchio, quando esplora – sempre con delicatezza, quasi con il timore e il rispetto che si riserva alle cose estremamente preziose – il suo corpo che parla, fino a quel momento traditore e menzognero. Un’immagine che non lo rappresenta, un involucro che lo tiene prigioniero e gli rende inaccessibile la felicità. Perché Einar Wegener è una farfalla imprigionata nel suo bozzolo, un’anima coraggiosa che, alla condanna di non poter mai volare e vedere le meraviglie del cielo, preferirebbe essere subito inghiottito dalla terra e dal suo buio.

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Ma la vera rivelazione qui è, a mio parere, “l’altra donna”: Alicia Vikander, la cui interpretazione nella parte della splendida Gerda Wegener le è valsa (lo apprendo ora) l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Un riconoscimento meritatissimo. Gerda è un personaggio-chiave in questa pellicola. Se la fedeltà potesse avere un volto, sicuramente avrebbe il suo. Dapprima in maniera inconsapevole e giocosa e solo successivamente con determinazione e convinzione (e tanto, tanto dolore), è proprio Gerda a permettere a Einar di tendere la mano a Lili. È per un gioco innocente (la giovane chiede al marito di posare per un suo quadro al posto di una ballerina, Ulla, impegnata nelle prove di uno spettacolo) che Einar assume le sembianze di Lili e la accoglie finalmente nella sua vita. Da quel momento, la vita di Einar è una continua altalena di emozioni, combattuto com’è tra il desiderio di accettazione di quest’autentica parte di sé e le implicazioni morali che deriverebbero da questa scelta. In questo mare di tormenti, dubbi e incertezze, c’è un’unica costante: Gerda. Gerda con i suoi sorrisi, la sua comprensione, le sue premure, la sua dolcezza, le sue preoccupazioni, la sua fedeltà, il suo amore incondizionato e le sue speranze. Perché, anche se dentro di sé la donna conosce bene la verità, il suo cuore non si rassegna all’idea di poter perdere per sempre l’adorato marito. Un’anima di cui ha riconosciuto subito la bellezza, l’innocenza e la fragilità; un cuore che, non importa sotto quale aspetto (conta davvero, in fondo?), verrà sublimato in ogni sua opera d’arte, fino alla fine dei suoi giorni.

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Il film si conclude con due scene molto toccanti (che non racconterò, per evitare di rovinare il finale a chi non ha ancora visto il film ma potrebbe essere intenzionato a farlo) che esaltano l’unico valore che, a mio parere, non dovremmo mai smettere di celebrare e perseguire: quello della libertà. Perché è solo attraverso la libertà che possiamo spianare il sentiero che ci permetterà di conoscere il vero significato della felicità. E perché è solo vivendo liberamente la nostra preziosa esistenza (e rispettando la libertà dell’altro) che potremo comprendere appieno il pregio di questo immenso dono che ci è stato fatto.

Per concludere, mi azzarderei a dire che “The Danish girl” sia, tra le tante cose, un film che celebra il coraggio delle donne che combattono per i propri desideri. Donne disposte a sfidare qualsiasi paura, anche quella dell’abbandono e della morte, pur di sentirsi completamente padrone del proprio destino.

Grazie per aver letto fin qui.

Buonanotte.❤

Annarita

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7 thoughts on “Il coraggio delle donne che combattono per i propri desideri

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