La speranza è una lunga pazienza


Negli ultimi giorni mi capita spesso di immaginare come sarà rivivere, attraverso i ricordi, queste difficili settimane che stiamo attraversando quando tutto questo sarà finito. A distanza di un anno, quanto rimarrà del vissuto di oggi, delle sensazioni provate sulla pelle, delle paure e delle speranze che giorno dopo giorno ci accompagnano? Questo tempo incerto ci lascerà davvero qualcosa? Un monito, una lezione, una nuova consapevolezza? Difficili a dirlo, eppure io di questo periodo non vorrei dimenticare proprio niente. Voglio superarlo, permettere al dolore che lo contraddistingue di trasformarsi ed evolvere, lasciarmi alle spalle il senso di oppressione al petto, il respiro corto, l’insonnia e l’ansia che mi sta tenendo compagnia, ma conservare quanto più possibile del resto.

Di questi giorni pieni di pena e di preoccupazione, voglio conservare anche il senso di piccolezza e di impotenza, l’urgenza del ridimensionamento di tutto ciò che importante non lo è mai stato poi particolarmente.
Voglio ricordare il calore delle lacrime delle preghiere sussurrate alla finestra, osservando le strade vuote e le luci accese, le mani mai stanche di accarezzare la testa della mia bimba, i baci affamati e mai sazi sulle sue guance morbide, il profondo senso di gratitudine per la fortuna di potermi coricare ogni notte accanto a lei e osservarla riposare serena.
Di questo periodo voglio ricordare le giornate lunghe e a tratti più sfiancanti dei periodi intensi di lavoro, le favole lette, rilette e imparate a memoria, la nuova passione per i puzzle, il suo vocabolario sempre più ricco, la ricerca del sole in giardino, le bolle di sapone lasciate volare al vento freddo di marzo, le storie e le idee appuntate in attesa di un tempo migliore in cui fiorire.
Voglio ricordare di quanto, nonostante le nostre reclusioni forzate, la lontananza, le distanze vecchie e nuove, ci sia stata una parte di umanità che è riuscita a sorprendermi positivamente. Un’umanità che nel silenzio, nell’incertezza, nello spaesamento, è riuscita a riscoprire l’empatia, a riappropriarsi del senso di comunità, a mostrare la parte più bella di sé. In uno scorrere infinito di numeri, calcoli, previsioni, notizie, c’è chi si è ricordato che nessuno si salva da solo, al punto che davvero credo che se fossimo capaci di mettere da parte le divisioni e concentrarci sul bene comune, caspita quanti problemi potremmo risolvere.

Perché questa situazione assurda ci ha messo davanti non solo i nostri limiti ma anche il nostro potenziale. Perché questi giorni si sono trasformati in un quotidiano, instancabile esercizio. Esercitarsi ad aspettare, a pazientare, a respirare, ad inventare, a non urlare, a sorridere sentendosi morire dentro, ad abbracciare l’angoscia, a dare un nome alla speranza, a ritrovare una parvenza di spiritualità, a profilare nuove prospettive di osservazione, a rimettersi in contatto con la parte più profonda di sé, ombre comprese.
Magari consapevoli di un fatto assolutamente non scontato: non “essere rinchiusi” ma “essere al sicuro”. Che in questo momento, per tanti, è ancora un lusso. Perché nonostante il lessico utilizzato dai giornali faccia riferimento a “una guerra”, la verità è che noi la vera guerra fortunatamente non l’abbiamo conosciuta, e che piuttosto che andare a combattere al fronte e rischiare la vita, l’unica cosa che ci viene chiesta è qualcosa che dovrebbe venirci naturale fare, perché alla base del vivere civile: essere responsabili. E, con la stessa empatia a cui si accennava prima, pensare a chi l’inferno lo sta vivendo in prima linea e ne rimarrà segnato a vita.
Come e quando ne usciremo non lo so.

So solo che molti di noi non saranno più gli stessi, e mi lascio cullare dalla speranza che dopo questa tempesta, ci saranno più anime desiderose di impegnarsi per costruire una realtà migliore di quella in cui ci siamo abbandonati per tutto questo tempo, prima che un esserino minuscolo venisse a scombussolarci l’esistenza e a mettere tutto in discussione.

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